La nostra Storia
La nostra Storia
Cercherò di farla breve. Se resiste in voi la curiosità del racconto completo ve lo propinerò qui in cantina, dopo avervi preparato con un bel bicchiere di vino.
La storia della cantina può essere raccontata partendo dal notaio Filippo Cappellano, mio bis-bisnonno, ricco possidente con la passione per la terra. Egli a 48 anni fondò l’azienda, accorpando nella proprietà ben 150 giornate piemontesi (corrispondenti a circa 60 ettari di terreno coltivabile). Alla sua morte il figlio Giovanni, enologo, proseguì nella conduzione dell’azienda, ristrutturando la cantina in quel di Alba, e realizzando due impianti alberghieri (ad Alba ed a Serralunga), muniti dei migliori servizi per soddisfare il turismo ligure-piemontese. A Serralunga inventò la famosa “cura dell’uva”, istituendo un servizio di carrozze per il collegamento con la stazione ferroviaria di Alba.
Nel 1889 all’Esposizione Universale di Parigi, in cui fu eretta la Tour Eiffel per commemorare il centenario della Rivoluzione Francese, la cantina Cappellano si conquistò la medaglia di bronzo. Probabilmente l’acuto bisnonno si era recato in Francia per conquistarne il mercato, giacché le viti francesi erano già colpite della fillossera e si stava creando una maggiore apertura verso l’estero. Oltre a quella medaglia, Giovanni partecipò e vinse molti altri diplomi, medaglie e benemerenze.
Il fratello Giuseppe si laureò in farmacia, e scelse la strada industriale vinicolo-farmaceutica. Produsse in quel periodo le prime gelatine d’uva (guadagnandosi una medaglia d’oro alla mostra internazionale) nonché mosti concentrati curativi e fu proprio lui che inventò quel monumento della nostra enologia che è il Barolo Chinato.
L’avventura industriale di Giuseppe durò poco: nel 1912 il fratello Giovanni morì, colpito da una febbre tropicale contratta in Tunisia (ove si era recato per cercare un vitigno resistente alla fillossera), e Giuseppe decise di prendere in mano l’azienda di famiglia.
La storia di Giuseppe veniva raccontata dagli anziani del paese che ricordavano il burbero galantuomo, padre padrone della maggior parte delle uve di questo territorio. L’accordo stipulato con la casa Gancia di Canelli, che gli aveva affidato l’incarico di vinificare con il marchio Mirafiori, i “Vini Fini” dell’Albese, rese il mio pro-prozio il più grande acquirente di uve della zona. E non fu solo Gancia che gli chiese di vinificare per suo conto, ma così fecero anche altre famose cantine piemontesi. Era tanta la quantità di uve acquistate, che durante il periodo vendemmiale non era cosa rara vedere interminabili file di carri davanti alla cantina.
Nel 1955 Giuseppe morì, lasciando ai posteri un capitale che a causa di alterne e complesse vicende ereditarie venne lentamente disperso e frammentato.
Sul finire degli anni ‘60 mio papà, Teobaldo Cappellano, che era nato e cresciuto in Eritrea, arrivò a Serralunga, e dopo aver riconquistato il marchio Cappellano, ripartì da zero. Non più in centro al paese, con non poche fatiche, ricostruì l’azienda, nella struttura e nell’immagine. Dimensioni ben più piccole, grandissima qualità. E, ovviamente, il Barolo Chinato.
Anarchico, sognatore, testardo ed anticonformista, mio padre combatté sempre in difesa del territorio. La sua lotta difese non solo la cantina, ma anche la zona del Barolo. Egli si impegnò per anni attivamente nel Comune di Serralunga, all’interno del Consorzio, e come presidente dell’Enoteca Regionale del Barolo.
Ed ora è il mio turno, quinta generazione. Non vi racconterò qui cosa ho studiato o cos’ho fatto. Ogni generazione, me compreso, ha compiuto una piccola rivoluzione rispetto alle altre. La mia ve la racconterò di persona, quando mi verrete a trovare.
Augusto Cappellano
Da Filippo ad Augusto